Ovvietà
evidenti e ovvietà nascoste
Cosa occorre sapere quando nasce uno spettacolo?
Si dice che il mondo che lo ha generato
vive già nello spettacolo stesso. Lo spettacolo sarebbe
così la risposta a buona parte delle domande che lui
stesso può svegliare. Ma questo non è vero, non
completamente.
In parte perché lo spettacolo è
sempre la punta visibile di un insieme di altri mondi. Non parlo
dei mondi dell'immaginario, della intimità o del sentimento
di un attore o di un regista, mondi che in ogni caso troveranno
nel tempo come germogliare nelle pieghe dello spettacolo. Parlo
invece della 'cronaca', delle circostanze, dei problemi organizzativi.
Non di rado proprio lì si nasconde il vero cuore del
processo di nascita d'uno spettacolo. Quella mappatura, in fondo
apparentemente trasversale, può essere essenziale. Lo
spettatore lo sa, o lo avverte. Tentare di raccontare però
la trama nascosta di uno spettacolo è quasi sempre un
peccato: di regola tutta la sua fragilità e complessità
smarrisce, e si finisce più confusi di prima. Si sa quel
che non basta sapere, e lo si sa male.
Tutte queste non sono ovvietà. Sono
riflessioni essenziali perché Il Fantasma di Murasaki
è uno spettacolo fortemente legato alla vita dell'attrice
che l'ha creato e alla vita del gruppo. Ed è altrettanto
fortemente legato a una rete di necessità e di circostanze
che vanno al di là dell'ambito creativo o espressivo
in sé. Indossa il Giappone e la sua cultura come chi
indossa un fantasma, inafferrabile e lontano.
Il Fantasma di Murasaki è il primo
spettacolo per un attore solo nato nel nostro gruppo. Ha subìto
-e provocato in parte- il riassestamento delle diverse scosse
che abbiamo vissuto nel corso di questo ottavo anno di vita.
Otto anni non sono oggettivamente molti, è vero. Ma si
tratta di anni vissuti come gruppo, nella vita quotidiana di
un teatro autodidatta e indipendente, un teatro fatto di persone
che liberamente decidono di costruire la loro rivolta nella
precarietà.
Verso la decade un gruppo professionalmente
orfano ha una profonda necessità di interrogarsi su come
concretizza la propria condizione. Nel tempo i suoi perché
sono mutati ed è inevitabile che si chieda se e come
continuare.
Pericolo e opportunità s'intrecciano
ad ogni suo atto. A tutti i livelli: umano, artistico, economico.
Ha dimostrato a se stesso che è attrezzato per durare,
per superare cioè quell'arcata ormai acquisita della
nostra cultura, quei voluti e non due o tre anni d'ordinanza.
Questo forse non è poco, d'accordo, ma non basta. La
sua piccola sopravvivenza le ha insegnato che sono due arti
molto diverse quella dell'Ikebana e quella che richiede la crescita
di una pianta.
Tutta la nostra esperienza come teatro
ci colloca, per storia, per contesto, molto lontani da quella
complessa arte della disposizione dei fiori.
L'inaudito
Roberta non ha mai lavorato con un maestro o con un artista
giapponese. Ha certamente assistito a spettacoli e dimostrazioni
di lavoro, ha frequentato materiale di studio sul teatro giapponese,
in tutte le sue forme. Ma non ha appreso delle tecniche specifiche.
È un Giappone tutto inventato il suo.
Da quattro anni circa coltiva questo interesse.
Si è creata un 'Giappone personale' che è diventato
nel tempo un alleato nella sua crescita individuale come attrice.
Un alleato efficace, un compagno di traversata. Il suo Giappone
l'ha portata a creare uno spettacolo da sola, un lavoro in piena
autonomia dal gruppo.
Sarà un mondo personale e professionalmente
valido quanto si vuole, però nello spettacolo di Giappone
si tratta. A quale titolo però? Oggi non possiamo certamente
dire che 'ne sappiamo troppo poco' sul teatro e sulla cultura
giapponese. I contatti non mancano, forse non abbondano, non
sono privi di miraggi, d'accordo.Ma
non è certo un Giappone da dedurre dai racconti o dalle
illustrazioni.
'Gli asiatici inventati dagli europei nei
primi del novecento' sarebbe un tema sconfinato, a tratti buffo
quando non tragico. E non parlo solo di teatro.
Credo che il Giappone inventato da Roberta
oggi possa disorientare -letteralmente- un giapponese che abbia
un minimo di contatto con le sue radici. Non saprebbe se si
tratta di ingenuità o di dispetto. 'Dunque', potrebbe
dire, 'Murasaki Shikibu è una delle poetesse nazionali,
se non la poetessa nazionale, e non ha scritto certamente quelle
storie che Roberta racconta. Men che meno per il teatro. E poi
è una donna! Una donna (diamine!) che racconta e recita
in scena, in abiti tradizionali o con una parodia di essi…
Come se non bastasse la scena sembra il disegno di un bambino
copiato da un libro sui luoghi sacri del Giappone. A proposito
di bambini: perché mai bisogna scomodare una cultura
così articolata e lontana, e una figura letteraria così
imponente, per fare uno spettacolo per bambini? E perché
mai 'per bambini'? Per avvicinare loro il Giappone? Così?'.
Neanche la figura del fantasma gli sembrerebbe
una scusante. È una delle figure principali di tante
delle loro forme di teatro. Le citazioni rischierebbero l'offesa.
Chi è questo inaudito fantasma?
*
Una tazza di tè
Kakuzo Okakura è stato uno dei miei compagni di viaggio
lungo il processo di lavoro su Il Fantasma di Murasaki. Roberta
mi fece conoscere il suo libro Lo Zen e la cerimonia del tè
molti anni fa, quando questo progetto era ancora rinchiuso nel
suo territorio personale. Le riflessioni di Okakura sulla reciproca
confusione di visioni tra Oriente e Occidente mi risuonavano
nella memoria mentre seguivo le prove. "Quando l'Occidente capirà,
o tenterà di capire, l'Oriente? Noi asiatici restiamo
spesso sgomenti di fronte allo strano intreccio di realtà
e fantasia che è stato intessuto riguardo a noi…"
Abbiamo lavorato sulla drammaturgia in
sé, sulle azioni in sé, sulle immagini in sé,
sui ritmi, sulla composizione. Come se il soggetto, i temi,
i riverberi fossero delle circostanze, degli ingredienti un
po' laterali. Ben sapendo che non era così. E ben sapendo
che non potevamo fare altrimenti. Un lavoro nella palude. "Perché
non dovreste divertirvi a nostre spese? L'Asia ricambia il complimento.Avreste
ulteriori motivi di divertimento conoscendo tutto quello che
noi orientali abbiamo immaginato e scritto su di voi…
Non si inventa teatralmente un Giappone
solo per affinità personale, non oggi. E non basta chiarire
che l'intento non è filologico. Avevamo scartato la strada
dell'informazione e della formazione, quella dell'incontro diretto.
Il processo sarebbe partito o avrebbe incrociato comunque una
esperienza concreta di lavoro con un esperto, con un maestro.
Avremo dovuto in maniera pratica incontrare un arte durante
il processo di lavoro che poi ci aiutassi ad interrogare tutto
il materiale disponibile, e a scardinare modalità espressive.
Ma inventarlo presuppone rimuginare -o quantomeno sfiorare-
una lezione amara, quella della incomprensione e della manipolazione.
Come 's'inventa' un proprio Giappone oggi? Perché questa
modalità d'incontro così apertamente bizzarra?
"Vi abbiamo attribuito virtù troppo
raffinate per essere invidiate, e accusato di crimini troppo
pittoreschi per essere condannati…"
Nei meandri del nuovo millennio
Se il tema è l'incontro prima a poi si entra nella dialettica
dell'identità e della metamorfosi. Sono difficili sia
da accettare che da attaccare le cosiddette le formule 'di giurisdizione',
specie quando si tratta di trovare appunto un territorio d'incontro.
Nel nostro caso però non avevamo mai voluto 'rendere
omaggio al Giappone', almeno non in maniera esplicita, non all'interno
della drammaturgia. Non volevamo imitare i loro complessi stili
di rappresentazione, neanche alla maniera della parodia. Ancor
meno tentavamo una sorta d'improbabile misto di visioni teatrali.
La scelta dell'invenzione era chiara. Eppure badare alle formule
'di giuridizione' o di appartenenza è d'obbligo. Se non
altro perché la cultura imperante considera qualsiasi
forma di ritegno un concetto semplicemente obsoleto e pesante,
privo d'importanza.
Esiste di certo una logica nel diritto
di appartenenza ad un mondo e alle sue problematiche. Non è
mai però una logica ferrea, è sicuramente una
logica emotiva ed è per natura molto complessa. Anch'essa
è frutto di altre contaminazioni, di altri contributi
e di altrettante metamorfosi. Qui stiamo parlando di teatro,
ma è evidente che il tema è una cipolla. O un
diapason che vibra di sola simpatia o non vibra affatto. Anche
il teatro deve fare i conti coi suoi echi.
Una logica di appartenenza porta con sé
la variabile mappatura dell'esperienza, un disegno che nemmeno
chi lo possiede può misurare. In fondo tutta questa problematica
mette in evidenza che non si tratta di 'giurisdizione', ma di
attenzione ai dettagli, alla qualità dei dettagli. Come
realizzare uno spettacolo per grandi e piccoli, che non perda
complessità su nessun livello? È un timore fondato,
lo si guardi da dove si vuole. È il timore alla superficialità.
Ovvero alla manipolazione. Se la strada è quella dell'invenzione
l'unica possibilità è quella d'immergersi completamente,
e solo riemergere a percorso concluso. La strada del bambino.
Non la strada infantile, quella del bambino. Il bambino non
se ne cura più di tanto se la storia che si racconta
è o meno trasculturale, se evoca in maniera universale
una vicenda. Se ne cura di seguirla con molta serietà
all'interno di un gioco, un gioco con delle regole precise,
quelle che gli servono. E non si può certo dire se è
con la testa o col cuore che lo fa. Lo fa, quel che sa lo adopera,
quel che no lo inventa. Lo spettacolo di Roberta non poteva
che essere 'per grandi e piccoli'. Così aveva lavorato
anche lei con il suo 'Giappone inventato'.
"Avevamo di voi una concezione ancora peggiore:
pensavamo che foste il popolo più impossibile sulla faccia
della terra, perché non mettevate mai in pratica, così
si diceva, quel che predicavate".
Così ho accettato la tazza di tè che offre Okakura.
Così ho accettato il fantasma che mi proponeva Roberta.
*
Il racconto di Murasaki
Attorno all'anno mille il Giappone vive un periodo quasi magico
della sua storia. Un periodo d'oro per le arti e per la cultura,
immerse nella mania del buon gusto e della etichetta aristocratica.
Sotto il reggente Michinaga lo splendore della cultura convive
con l'arte raffinata e sottilmente violenta dell'intrigo e della
ipocrisia della vita di corte. E Murasaki ne è testimone
privilegiata. Redige la cronaca degli avvenimenti salienti della
corte imperiale ed è, nello stesso tempo, la tutrice
della principessa imperatrice, la sua compagnia culturale.
Murasaki Shikibu, poetessa, scrittrice.
A lei dobbiamo un solo lungo e sconfinato romanzo. Fa suo il
nome del personaggio femminile principale della sua Storia di
Genji. Decide insomma che nella commedia della vita era un'altra,
un'altra donna nata dalla sua propria invenzione. Con il nome
rubato ad un proprio personaggio Murasaki scavalca tutti i protocolli
della corte, le gare di poesia che disertava, le lettere mai
scritte a chi forse ammirava.
Perché decise di adottare quello
pseudonimo? Perché da un personaggio della sua stessa
opera? Perché non compose altre opere? Le domande attorno
alla sua figura danzano e si moltiplicano come una edera. Non
sappiamo quando è nata, quando sia morta, quando e come
si è ritirata. Non ha avuto praticamente scambi epistolari
con altri poeti. Nelle sue pagine la gioia di vivere convive
e combatte apertamente, senza etichetta né cerimoniale,
con la più languida malinconia su di sé, sulla
condizione umana. Ci si avvicina a Murasaki Shikibu come chi
si avvicina a un fantasma.
Circa duecento anni dopo la sua morte divenne
il soggetto d'una rappresentazione devozionale, composta presumibilmente
dagli attori stessi per l'occasione. La si immaginava presso
il letto di morte della poetessa Izumi Shikibu, sua contemporanea…
Murasaki Shikibu è un fantasma che da subito incomincia
a viaggiare nella fantasia dell'isola.
"Mukashi Banashi!" Mucche e banane?
Nel Giappone della sua giovinezza la pratica delle lettere è
considerata obbligo di costume. Saper comporre versi e poesie
di circostanza è diffuso, anzi, è auspicabile.
La grande letteratura però -non quella dilettantesca
del corredo galante o politico- è opera di donne.
Il sistema di scrittura cinese e la letteratura
vincolata a quel mondo era sostanzialmente un mondo di uomini,
intriso di obblighi di prestigio e di carriera. Le donne, libere
da quella rete di gerarchie e protocolli, diedero così,
lentamente, parallelamente, forma e dignità letteraria
alla scrittura fonetica nazionale. Ovvero alla lingua parlata,
e a tutta la cultura che nella vita quotidiana e nei racconti
viaggiava attraverso quelle parole. Vicende che mescolavano
notizie delle diverse terre a leggende e fantasie. E anche racconti,
Mukashi Banashi, antichi racconti.
Esisteva in Giappone, come ovunque nel
mondo, una tradizione orale del racconto, dove i costumi, gli
insegnamenti, le credenze prendevano corpo e viaggiavano da
persona a persona, da paese a paese. Cosa accade quando una
lingua incomincia l'avventura della sua scrittura? Quale rapporto
si crea tra la letteratura scritta e la letteratura orale? Qui
s'intrecciano due fili, non sappiamo se nella cultura del Giappone,
di sicuro nel nostro lavoro d'invenzione.
Una delle province del Giappone inventato
da Roberta era costituita proprio da questi Mukashi Banashi,
dagli antichi racconti della tradizione orale giapponese. Colpiva
anzitutto la loro universalità: in molti addirittura
non si trova proprio traccia di giapponesità alcuna,
nemmeno nelle peripezie.
Si dice che la tradizione orale del racconto
è, ridotta all'osso, azione. L'atto di raccontare. In
un preciso contesto però. Più che arte della trasmissione
è arte della reciprocità, l'arte che mantiene
viva una catena complessa di reciprocità. Il racconto
non raccontato a sua volta muore, si perde nella persona o con
la persona. Oppure viene trascritto. E qui incomincia un altro
percorso.
In rigore la tradizione orale è
un'arte perduta. Tutt'al più è uno stile, nel
senso alto del termine. Ma uno stile ha bisogno di un contesto
pure lui. Figuriamoci cosa può essere per noi il 'racconto
orale giapponese'. Un'arte perduta due volte.
Nel secolo VIII le autorità centrali
emanano l'ordine di trascrivere, di compilare vere e proprie
raccolte di questi racconti, che mescolavano notizie delle diverse
terre a leggende e fantasie.
I barbari e gli insegnamenti
La scoperta del ruolo delle donne nella letteratura del Giappone,
la misteriosa figura di Murasaki, e la inaspettata trasculturalità
delle storie della tradizione orale dell'isola fu per noi motivo
d'un altro gioco d'invenzione. In maniera lieve e ostinata -ovvero
giocando seriamente- abbiamo preteso così che il fantasma
della poetessa nazionale si fosse deciso a farci conoscere un
frammento delle radici della sua terra. Solo dalla mano di una
figura sbiadita, sfuggente e anche un po' dispettosa -un fantasma-
potevamo avvicinarci a un mondo così lontano…
Ora voi immaginate uno spettacolo di teatro giapponese dove
si veda Dante che ci racconta le leggende arrivate con gli Ungari,
gli Slavi e i Musulmani nella penisola, nelle improbabili vesti
di un comico dell'Arte o simile.
"Alcuni miei connazionali si sono spinti
troppo oltre nell'adottare le vostre usanze e i vostri costumi,
nell'illusione che l'acquisto di colletti duri e di cappelli
a cilindro implicasse la conquista della vostra cultura. Per
quanto patetiche e deplorevoli siano tali pretese, se non altro
testimoniano la nostra buona volontà di avvicinarci in
tutta umiltà all'Occidente". I confronti sono inevitabili
quanto odiosi. Bisogna saperli usare -il che non è semplice
- e sapere liberarsene - il che è ancora più difficile.
Non sono strumenti di grande spessore. Eppure noi guardiamo
quel mondo dal nostro e probabilmente loro guardano il nostro
dal loro. Mentre Rosvita sviluppava la sua arte in una specie
di felice principato femminile, nel lontano Giappone la nostra
Murasaki trasmetteva alla giovane principessa imperatrice il
piacere della poesia, l'arte del raccontare storie.
Vi sono degli studi sul particolare rilievo
culturale che ebbero delle enclave femminili in alcuni periodi
della storia, periodi in cui emergono delle figure di notevole
spessore in contesti fortemente paradossali a dir poco. Il medioevo
cristiano, per esempio. Penso a Eloisa, a Hildegarda, a Costanza.
Accadeva qualcosa di simile nella vita culturale del Giappone
delle scrittrici? Non lo so.
A me piace immaginare un sottile filo d'oro
che lega queste donne che in contesti di potere fortemente maschili
interrogano la condizione umana con una particolare sensibilità.
Ritrovo questo filo nelle loro pagine distanti, incredibilmente
distanti. Pagine dove il rigore intellettuale e la riflessione
non perdono mai contatto con la poesia, dove la bellezza del
verso non è mai priva di una meditata profondità.
Hanno in comune anche questo: sono pagine non facilmente databili.