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  Produzioni
Spettacoli in Repertorio
Erodias

di Giovanni Testori

Copruduzione Teatro La Madrugada - Regula contra Regulam Teatro


Con:
Simone Lampis
Regia:
Raul Iaiza
Spazio scenico:
Simone Lampis e Teatro La Madrugada
Scenotecnica:
Simone Lampis
Costumi:
Monique Bertrand e Ana Maria Luisa Romano e Teatro La Madrugada
Sculture di scena:
Simone Lampis
Musiche:
Eleni Karaindrov, Franz Shubert, Zibiniev Preisner,
 Vic Chesnutt, Francesco Lozzia
Disegno luci:
Paolo Casati e Teatro La Madrugada
Foto:
Andreina Conti, Macjei Zakrzewski


 
 
Presentazione:

Un attore col vestito della domenica, pronto a cominciare il suo spettacolo
attende gli spettatori e si appresta ad officiare ancora una volta la sua recita bislacca.
Ancora una volta si trasformerà, ancora una volta sarà attraversato. Ancora una volta gli toccherà danzare  il suo demenzial tango.

“I personaggi tragici, nel loro susseguirsi dentro l'arco dei tempi, non hanno avuto e non avranno mai altro significato che quello di ripetere, in termini diversi, lo stesso, antico, luminoso tentativo; la stessa , antica, luminosa bestemmia”.

Così Testori. Il suo personaggio è  un' Erodiade brianzola’, concubina di Erode, sola con la testa - ormai prossima alla decomposizione – del Battista, davanti al pubblico chiamato alla recita.

Erodiàs rievoca, tra ricordi passati e presenti deliri, l'amore frustrato per il Giuàn, dalla sua prima apparizione alla reggia di Erode fino alla decapitazione: una storia di approcci, seduzioni, discorsi su Dio e sull'amore in cui lei è ripetutamente “refiutata, istante per istante”.
Man mano i toni perdono le sfumature umoristiche e si fanno sempre più tragici: Erodiàs è prigioniera del ricordo, dei rimorsi e dei dubbi che le parole di Giovanni hanno lasciato in lei. Vorrebbe suicidarsi, uscire di scena, farla finita, ma le uniche parole che riesce a strappare a ciò che resta di Giuàn la condannano all'attesa: Speciar l'è l'uniga manera, o mia regina de Lasnig et anca filandera, per in della norma, eccota, tornare. E, insci’, un quei di’ ammo’ chi, in ‘sta lacrimarum valle, eccota, vivare.

L'attore, come Erodiàs, è condannato, condannato alla ripetizione della parte. Di questo  chiede più volte conto all'autore: Come la mettiam, o mio scrivan? Cosa succed mo', chi? Cosa chi, 'des? Chi 'des e insci?

    “[I personaggi tragici] occupano il tempo e lo spazio loro concesso per riempire spazio e tempo, non delle loro storie, ma dei loro insolubili tentativi di 'verbalizzazione'. Quando, per quella via, lo spazio s'è tutto stipato (sia esso quello della pagina, sia invece quello del palcoscenico) e, per fatale connessione, il tempo tutto esaurito (sia quello della lettura, sia invece quello della rappresentazione), il personaggio tragico cade nella trappola della fine e si spegne per sempre [...]”

L'attore è come la macchia di sangue sul tavolo di quel quadro di Francis Bacon che Testori amava tanto, di cui ci ha parlato nella serie di incontri tenuti al Teatro Out-Off di Milano, nell'ottobre '88.

“Quale parola dice questo sangue? Tolti tutti gli addobbi, tolte tutte le malie che non hanno niente a che vedere col teatro, tolte tutte le regie, tolte tutte le interpretazioni, cosa dice quella macchia di sangue lì? E può il teatro prescindere da quella macchia?”

Autore, attore, personaggio, spettatori...il gioco del teatro teatralizzato, della vita e del teatro, dell'arte e della vita , insaziabile e onnivoro marchingegno che tutto divora, confonde e annienta i termini.
E' grazie alla magia della scrittura di Testori che le variabili del  gioco si ricompongono, nella meravigliosa e oscillante sintesi di quest'opera.
 


 
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